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LA TREDICESIMA SPADA
- © by Eva Maria Franchi
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Non avrebbe dovuto guardarla. Non è saggio fissare il nemico negli occhi. E neppure prudente. Ma quando ti trovi di fronte al nulla, non hai più difesa, e neanche hai motivo di difenderti. Che senso ha difendersi dal nulla? Eppure quella donna era pericolosa. Il barlume di senno che ancora resisteva in lui cercava di metterlo in guardia ma la fioca scintilla della sua coscienza, non ancora del tutto sopita, era alla disperata ricerca di qualcosa. Qualcosa. Qualcosa in cui credere. Qualcosa per cui morire, eventualmente. Anche una sconfitta oltraggiosa ma qualcosa. Qualcosa che gli mostrasse che non era vero. Qualcosa che lo risvegliasse da quell'orrenda apatia. Come si può uccidere il nulla? E com’ è possibile venire uccisi dal nulla? Era ancora immobile nella stessa posizione che aveva assunto per attaccarla. Una magnifica statua. Alto, eretto, il corpo abbronzato e muscoloso fasciato da un unico drappo rosso annodato in vita a proteggere il suo sesso. Le braccia protese in aria reggevano una pesante spada la cui lama lucente lanciava scintille minacciose. I lunghi capelli nero corvino lisci da sembrare tessuti di seta, come una lunga carezza sfioravano nel loro cammino il possente collo taurino dell'uomo, si soffermavano sulle sue ampie spalle per arrivare ad abbracciarne i bicipiti nerboruti. Scuri come i capelli erano gli occhi dell'uomo. Occhi che un tempo erano stati forti, minacciosi, spietati, crudeli. Occhi che un tempo avevano saputo essere dolci, comprensivi, pietosi, amichevoli, sensuali, stupidi, appassionati. Occhi che alcuni istanti prima erano stati interrogativi. Occhi che adesso erano solo neri. Neri come la notte. Neri come l'oblio. Neri come il nulla.

In piedi, alcuni gradini più in alto rispetto a lui, sulla maestosa scalinata di candido alabastro del palazzo, stava la donna. Piccola, minuta, apparentemente innocua, indifesa e bianca. Bianca era la sua pelle. Bianchi erano i suoi capelli. Bianchi erano i suoi occhi. Bianca era la tunica che indossava. Non era una vecchia. La pelle del corpo era elastica e tonica. Non c'erano rughe sul suo volto ma non si poteva definirle un'età. Come non si poteva definirle un pensiero, un nome, un sentimento. Lei era il nulla. I suoi occhi esprimevano solo vuoto e vacuità. Ma questo non è esatto. I suoi occhi non potevano esprimere come le parole non possono descriverla, perché lei era niente. Eppure in qualche modo era viva. Il suo petto respirava, il suo corpo si muoveva, ma con molta lentezza e in assoluto silenzio, irreale come il luogo in cui abitava: un palazzo la cui stessa esistenza rappresentava un rebus senza senso, conservato in quella perfezione, nel deserto sperduto, lontano da ogni forma di civiltà ed apparentemente abitato da un unico essere: lei.

I piedi scalzi della donna, bianchi come le ossa delle carcasse che il mare a cicli ci restituisce perfettamente levigate, scesero un gradino e poi ancora un altro, confondendosi con l'alabastro, di una trasparenza candida come la morte, che forgiava la scala. L'uomo rimase fermo, immobile, incapace di agire. Un braccio di distanza separava ora la donna dall'uomo. Ella, nonostante il fisico fragile, sembrava più alta di lui dalla posizione in cui si trovava. Gli porse la sua mano destra, bianca e minuta, con un movimento lentissimo, gentile, persino rassicurante. Un gesto che era un invito. Colui che era stato un guerriero abbassò le forti braccia che reggevano la sua spada e la lasciò cadere sul gradino, davanti alla donna. La spada, non appena cozzò contro il suolo, emise un suono acuto che si propagò per tutto l'edificio, come un eco, come la nota stridula e stonata di un organo che esegue una messa di requiem, rompendo l'angosciante silenzio che fino a quel momento era sembrato inviolabile. Gli occhi dell'uomo tornarono ad essere vivi, il fragore prodotto dalla spada aveva spezzato l'incantesimo. Ma era tardi ormai. La donna con prontezza di riflessi, forza e velocità da sembrare inverosimile in quell'ambiente dove tutto aveva la parvenza d’esser rallentato, si piegò ed afferrò la spada con entrambe le mani. Mentre ritornava alla posizione eretta fendette un colpo che fece spiccare in volo la testa dell'uomo . Il rosso del sangue mischiato al nero delle ciocche dei capelli librò in aria per brevi istanti, poi, ricadde sulla scalinata traslucida, come petali di fiori gettatati al cielo in offerta votiva. La testa rotolò giù per i gradini sino a quando incontrò il pavimento e vi si poggiò dritta come un oggetto da ornamento. Il sangue le tesseva intorno una macabra trina. Gli occhi erano tornati ad essere interrogativi.

La donna con indifferenza continuò a scendere i gradini trascinandosi dietro la pesante spada. I suoi movimenti erano ritornati tardigradi. Passò con noncuranza a fianco del corpo mozzato dell'uomo che ora, accasciato privo di linfa vitale sulla scala, sembrava vuoto, senza nerbo, impotente, eppure era lo stesso corpo che poche frazioni indietro sulla linea del tempo si era reso onore e gloria, aveva vinto tornei, reso fiero il suo maestro di armi ed i suoi genitori, fatto sospirare vergini, cortigiane, mogli, amanti e suscitato l'invidia di molti. Ma lei era indifferente a tutto questo. L'avere appena spezzato una vita aveva solo mutato il colore della sua tunica, ora intrisa delle chiazze purpuree del sangue che le era schizzato sopra, facendola apparire ancora più bianca per contrasto al rosso vivo che le aveva macchiato gli abiti e la pelle. Il palazzo era formato da un immenso atrio circolare diviso in tre navate da due file di lisce colonne portanti. La maestosa scalinata che lo sormontava pareva fare da guardia. Nessun orpello, nessun’incisione, tutto sembrava vuoto come l'inquietante creatura che l'abitava. Il clangore della spada che picchiava sugli scalini come fossero tasti di uno strumento musicale mentre ella scendendo la trascinava dietro di sé, risuonava in un'orrida eco che era l'unico segno di vita là dentro. Quando giunse vicino alla testa dell'uomo, la donna si fermò, con la mano libera la raccolse per i capelli, quindi si rigirò sui suoi passi e percorse il cammino a ritroso. Con la mano destra impugnava la spada che continuava a battere ritmicamente sui gradini che stava risalendo, con la sinistra la testa dell'uomo che spargeva tracce dal colore rubino con il suo sangue. Dopo la scalinata percorse altre rampe di scalini, questa volta stretti e ripidi, che la portarono sempre più in alto, sino alla torre del palazzo. Entrò nella stanza della torre, un edificio bianco alabastro come il resto del palazzo ma dal perimetro pentagonale. Al centro trionfava un fuoco ardente in un braciere d'oro posato in un ampio cerchio di sabbia rossa su cui si ergevano undici magnifiche spade, dalle affilate lame in metallo lucente rivolte verso l'alto che riflettevano le fiamme del fuoco . La donna s’ inginocchiò davanti al fuoco dopo avere posato la spada alla sua destra e la testa alla sinistra. Rimase immobile alcuni istanti come assorta in preghiera. Poi si alzò, raccolse la testa mozzata con entrambe le mani e la scagliò dentro le fiamme. Prese la spada e, delicatamente, la pose vicino alle altre che circondavano il braciere, conficcando il prezioso manico guarnito di pietre preziose nella sabbia. La dodicesima spada da offrire al suo Dio insieme alla testa del prode guerriero che l'aveva posseduta. Mancava solo una spada per completare il rito. La tredicesima spada dell'ultimo cavaliere dal cuore puro avrebbe presto nutrito Azherot e il mondo sarebbe appartenuto al suo Dio.

Jhara era intenta ad infilare perle di legno colorato nei fili di canapa per preparare collane da vendere al mercato; nel frattempo i suoi occhi cadevano sulle pecore che aveva portato al pascolo per tenerle sotto controllo. Il tempo era prezioso e quando toccava a lei badare agli animali si portava sempre dietro in un canestro altro lavoro da fare. Il suo cane Lippus era un guardiano di greggi più affidabile di lei. Non le era mai toccato rincorrere le pecore grazie a lui. Riusciva persino ad infilare collane mentre camminava appendendo il canestro rettangolare dal lungo manico in paglia intorno al proprio collo, cosicché le sue mani restavano libere per lavorare agevolmente. Ora si trovava tranquillamente seduta su un comodo masso mentre le sue bestie brucavano i ciuffi d'erba superstiti tra le zolle brulle della collina. Ripose la collana non ancora completata nel canestro e si mise a guardare verso valle. Non era il panorama per lei abituale ad interessarla, del resto Jhara non aveva tempo per la contemplazione, ma il rumore degli zoccoli di un cavallo che avanzava nella sua direzione. Alcune centinaia di metri sotto di lei tra la polvere sollevata dalla terra arida spiccava un cavallo nero cavalcato da un cavaliere dai lunghi capelli biondi splendenti come il sole: il principe Thorion. Il cuore le batteva sempre più forte man mano che appariva evidente che il principe si stava avvicinando a lei. "OOOH" Eccolo, era arrivato e aveva fermato il cavallo a neanche un metro di distanza da dove era seduta.

"Signore…" lo salutò con voce quasi tremante alzandosi in piedi di scatto. Perché le usciva sempre quella voce da povera imbecille, le rare volte che aveva occasione di rivolgergli la parola?

" Salve ragazza. Sto cercando il mio amico Esteron. E' da tre giorni che ho perso le sue tracce. L'hai visto per caso?"

"L'ultima volta che l'ho visto è stata quattro giorni fa. E' venuto da mio padre a comprare un cammello. Credo che avesse intenzione di fare un viaggio nel deserto."

Il principe lanciò un'imprecazione. "C'è qualcosa che vi affligge?" Si azzardò a chiedere lei. Ma questi rispose solo "Ti ringrazio" Un attimo dopo aveva già spronato il suo cavallo ed era partito al galoppo lontano da lei.

Jahara emise un profondo sospiro. Era di nuovo sola con le sue bestie e con il suo lavoro. Lippus si avvicinò e le diede alcune musate come a cercare di consolarla. Jhara accarezzò la testa di lupo del cane alcune volte poi ricominciò ad infilare collane. Il bellissimo principe l'aveva raggiunta alcuni brevi istanti per poi volarsene subito via come un sogno irraggiungibile, e lei, ne era tristemente sempre più innamorata. Tristemente perché il suo era un amore non ricambiato e senza speranza.

Mancava un'ora al tramonto quando terminò di infilare tutte le perline che si era portata con sé . Come ogni giorno era riuscita a sbrigare in perfetta sincronia più faccende. Ora era il momento giusto per rientrare in modo da non rischiare di essere sorpresa dal buio. Mentre avanzava giù per la collina seguita da Luppus, il suo cane generale, e dall'esercito di pecorelle, ogni tanto faceva una sosta per raccogliere bacche, foglie di felce e piccoli frutti secchi colorati che avrebbe elegantemente distribuito in festose ghirlande quella stessa sera per venderle, insieme alle collane, alla fiera che si sarebbe svolta a Naar la mattina successiva. Sarebbe stata una giornata dura per lei: considerando che Naar era tre miglia distanti da Poth, il suo paese, avrebbe dovuto alzarsi un'ora prima dell'alba per arrivarci a piedi, e l'aspettavano ancora lunghe ore di lavoro a lume di candela, ma Jhara, era abituata a lavorare intensamente dormendo poche ore per notte. Se non c'era il mercato c'erano le capre da mungere, il raccolto del padre da selezionare e stivare. Erano rare le sere in cui riusciva a mettersi a letto presto e non le era mai accaduto di alzarsi più tardi dell'alba. Eppure non si lamentava della vita che conduceva. Non aveva neanche mai ipotizzato che potesse esistere un'altra vita o che il destino in qualche modo le fosse stato avverso. Era nata figlia di gente umile e non l'aveva mai sfiorata l'idea di mettere in discussione il suo stato, o di cambiarlo. Pur consapevole che al mondo esistevano esseri umani apparentemente suoi simili che conducevano una vita molto più agiata della sua, come la nobile Estrel, la promessa sposa del principe Thorion, l'uomo di cui era perdutamente innamorata, non era mai stata roda dall'invidia o dalla gelosia nei loro confronti. Era la ruota del destino e a lei era toccata quell'esistenza. Non si lamentava: la sua famiglia aveva sempre lavorato duro; a nessuno dei figli era mai mancato né cibo né abiti per coprirsi e legna per scaldarsi. Ma tutto quello che avevano se lo dovevano sudare con duro lavoro, non gli cadeva in dono dal cielo. Quando rientrò in casa, dopo avere sistemato le pecore nell'ovile, ad accoglierla trovò l'invitante cena calda che sua madre aveva preparato con l'aiuto della sorellina. Erano tutti già seduti intorno al grande tavolo di caldo legno di ciliegio eccetto lei ed il padre che non era ancora rientrato. Jhara si sentì innervosita dalla mancanza del padre, nessuno in famiglia si permetteva di cominciare a mangiare prima dell'arrivo di questi, ma lei era affamata dopo una lunga giornata di lavoro e finita la cena avrebbe dovuto ricominciare. Il grande tavolo dove Khazar, Birok, Otack, Malebh, i suoi quattro fratelli, Izaar, Lethan, le sue due sorelle e sua madre Amala erano sedute, sarebbe stato sgomberato e trasformato nel suo laboratorio. Dopo alcuni minuti, che a Jhara parvero interminabili, si udì finalmente un rumore di passi seguito dal cigolare della porta. Suo padre Obeck era finalmente rientrato. Quasi si tuffò sulla grande sedia rivestita in paglia a lui riservata. Gli altri ragazzi sedevano su panche di legno. "Come mai siete così in ritardo, marito mio?" Chiese sua moglie Amala

  • "Un altro cammello. Oggi ho venduto un altro cammello, e indovinate a chi?"

Jhara sussultò alle parole del padre, il suo intuito raramente la tradiva ed era quasi certa di conoscere la risposta.

  • "Sapete che non sono portata per gli indovinelli. E' qualcuno che conosciamo?"
  • "E' venuto da me il principe in persona. Voleva subito un cammello. Urgentemente perché vuole partire per il deserto domani all'alba. Sta cercando il suo amico scomparso, quello che mi ha comprato l'altro cammello la settimana scorsa"
  • "E voi glie l'avete venduto?" Esclamò la madre aggredendolo con voce che quasi era un urlo.
  • "Cos'altro potevo fare? Ha insistito, di fatto, me lo ha ordinato. L'ha pagato il doppio del suo valore e se non gliel'avessi dato quello è così testardo che ci sarebbe andato lo stesso nel deserto, a piedi!" Si giustificò Obeck
  • "Ma non vi rendete conto che se lo viene a sapere il Re dirà che è colpa nostra? Quello rischia di non tornare più come tutti gli altri. E' andato a caccia di quella maledetta strega!"
  • "Non dite sciocchezze . E' andato a caccia del suo amico"
  • " Il suo amico cercava la strega, e non è più tornato."
  • "Superstizioni. Io non ci credo alla strega. Può essergli successo di tutto nel deserto. Come potevo rifiutare di dare il cammello al mio Principe? Non avevo scelta moglie mia."

Jhara si sentì raggelare nell'ascoltare i battibecchi di suo padre e sua madre. Thorion stava per rischiare la sua vita e lei non sapeva come aiutarlo, ma doveva fare qualcosa. Doveva fare qualcosa. Non avrebbe permesso che succedesse del male all'uomo che amava.

Quella sera faticava a concentrarsi sul lavoro. Si sentiva così sola, disperata ed impotente dentro quella grande cucina che era rimasta fredda e vuota. Suo padre e sua madre si erano già ritirati nella loro camera "La loro camera" in realtà altri non era che un angolo della cucina separato da una tenda dal resto della spaziosa stanza che occupava tutto il primo piano. I sette figli dormivano insieme nell'unica stanza del piano superiore: le ragazze dividevano in tre un grande materasso matrimoniale ed i quattro maschi dormivano separati, ciascuno su file di tre cuscini. Ma quella notte Jhara non si sarebbe infilata, con la delicatezza che le era ormai abituale per evitare di svegliare le sorelline, sotto le lenzuola al loro fianco. Ed il mattino successivo per la prima volta nella sua vita non sarebbe andata a vendere le sue collane al mercato. Il suo cuore non aveva pace. Non riusciva a pensare che a Thorion. L'avrebbe seguito. Avrebbe montato l'ultimo cammello che era rimasto a suo padre e l'avrebbe inseguito nel deserto. Poco le importava se sarebbe o no tornata viva, né della reazione di suo padre quando e se fosse tornata. Che la scacciasse pure. La sua vita non avrebbe avuto più senso comunque senza Thorion.

Dormì poche ore nella stalla, sulla paglia a fianco di Bebel, l'ultimo cammello che era rimasto al padre, ed il più anziano. Quando la notte cominciò a schiarire si alzò, andò al pozzo per riempire tutte le bisacce che trovò e le fissò sulla groppa di Bebel. Prima che sorgesse l'alba era già in partenza verso il deserto con un unico nome che le batteva dentro il cuore: Thorion.

Non esiste al mondo luogo più illusorio e affascinante del deserto. Gli Dei l'hanno creato per insegnare agli uomini che nulla è certo e stabile su questa Terra, nemmeno il posto dall'apparenza più invariata. Puoi sentirti incredibilmente solo e sicuro in mezzo alle infinite distese di sabbia. Solo con te stesso e le stelle del firmamento. Eppure mille pericoli sono in agguato. Guardati dal serpente velenoso che ti striscia sotto i piedi. Non credere d’essere l'unico essere umano superstite tra queste dune infinite, potresti incontrare un tuo simile che ti taglia la gola. Non pensare che tutto sia fermo, sicuro ed immutabile intorno a te: una tempesta di sabbia potrebbe investirti e la mappa che hai appena disegnato diventare obsoleta. E quando di fronte a te, come in un incantesimo, ti appare un magnifico palazzo scintillante non illuderti di essere arrivato a destinazione. Potrebbe essere ancora molto lontano. Ma non rammaricarti per questo. Prega gli Dei che sia solo un miraggio. Forse è il palazzo di Myra, la strega bianca, ma se qualcuno c'è stato non è mai tornato indietro per raccontarlo.

Jhara aveva seguito Thorion tenendosi a debita distanza. Aveva evitato di farsi scorgere perché sapeva che l'avrebbe costretta a tornare a casa, ma Il sole era sorto e tramontato già una volta da quando erano partiti, era ormai troppo tardi per tornare indietro; avrebbe potuto finalmente rivelarsi a lui e raccontargli di avere perso l'orientamento per la via del ritorno. Era un cavaliere di nobili principi. Non l'avrebbe mai abbandonata a se stessa, forse sarebbe tornato indietro con lei desistendo dal tentativo di ritrovare il suo amico. In tutti i casi non avrebbe più potuto scacciarla e lei sarebbe rimasta sola con lui. Sì, era tempo di farsi notare. Stava pensando a questo mentre si riposava insieme al suo cammello al riparo dietro una duna, quando, d'improvviso, senza che le fosse dato il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo, sentì qualcosa di caldo e pesante cadere su di lei. Un attimo dopo si rese conto che era il corpo di un altro essere umano che l'aveva immobilizzata. Un uomo troneggiava sopra di lei, con una mano le tolse il fazzoletto che le copriva il viso ed i capelli, con l'altra mano le puntò contro la gola la lama appuntita del suo coltello.

"Chi sei? Perché mi segui?"

Ancor prima che le ultime parole uscissero dalla bocca dell'assalitore, questi realizzò con stupore che l'uomo che lo seguiva era in realtà una donna. Anche il suo viso aveva qualcosa di familiare ma gli ci volle un po' di tempo prima di puntualizzare che quei profondi occhi scuri, su un volto un po' scavato, dalla pelle olivastra, circondato da indomati riccioli neri, apparteneva alla figlia dell'uomo da cui aveva comprato il cammello. Del resto la donna indossava l'abito bianco del deserto che la copriva dalla testa ai piedi. Era impossibile distinguerla da lontano.

"Ma tu sei…" Interruppe la sua sorpresa esclamazione perché non ricordava il nome della ragazza.

"…Jhara" La ragazza terminò la frase per lui

"Che diavolo ci fai qui?" Chiese Thorion dopo averle finalmente tolto la lama del coltello dalla gola.

"Vi ho seguito…"

"E perché mai?"

"Volevo aiutarvi. Mia madre mi ha rivelato che il vostro amico Esteron cercava la strega bianca"

"Per tutti gli Dei, stupida ragazza!" Sbottò Thorion irritato "E come credi di aiutarmi? La tua presenza rende solo tutto più difficile. Sarà meglio che te ne torni indietro"

"Non sono capace di tornare indietro da sola" Jhara aveva assunto il tipico tono impaurito, implorante e civettuolo delle femmine viziate che non hanno mai lottato per sopravvivere. Stava fingendo. Ma il fine giustifica i mezzi. In ogni caso che le credesse o no, non sarebbe stato lodevole da parte di un nobile cavaliere lasciare una ragazza sola nel deserto, anche se avesse conosciuto la strada. Mille imprevisti avrebbero potuto mettere a repentaglio la sua vita: briganti, predatori, tempeste di sabbia e lei sapeva che Thorion rispettava il codice d'onore cavalleresco e non l'avrebbe mai abbandonata a se stessa.

"Questo proprio non ci voleva!" Esclamò Thorion, che nel frattempo si era seduto sulla sabbia, con un sospiro, portandosi le mani sopra la testa in atteggiamento di desolazione "Ed ora cosa facciamo?" I suoi occhi azzurri come l'acqua del mare sembravano zaffiri risplendenti sulla pelle abbronzata. Brillanti ciuffi di morbidi capelli biondi fuoriuscivano dal copricapo bianco e Jhara fu tentata di avvicinarsi a lui, abbracciarlo per rassicurarlo e carezzare i suoi capelli. Ma si controllò e si sforzò di assumere un atteggiamento rispettoso. "Io desiderò solo aiutarvi, mio signore"

"Che stupidate stai dicendo?! Mi hai messo in un bell'impiccio invece!"

"Mi dispiace" Piagnucolò Jhara un poco risentita. "Sono convinta che avrete più possibilità di riuscire nella vostra impresa con me al vostro fianco…"

"Questa poi…" Intervenne Thorion, ma la ragazza continuò il suo discorso ignorandolo "…comunque se vi do così fastidio me ne vado. Mi arrangerò. E se mi succede qualcosa tanto peggio per me, me la sono cercata, voi non dovrete sentirvi in colpa… "

"Il fatto è che ho dato la mia parola che non sarei tornato indietro finché non avessi scoperto qual è stata la sorte del mio amico"

Jhara cominciò seriamente a temere che il nobile cavaliere, checché ne dicesse il codice d'onore, pensasse davvero di abbandonarla nel deserto. "Volete che me ne vada?" Chiese timorosa

"Come posso lasciarti sola? Mi hai messo in un bel pasticcio!"

"Allora tenetemi con voi. Giuro che non vi sarò d'impiccio. Così potrete mantenere la vostra parola e al tempo stesso non avrete sulla coscienza il mio abbandono."

Thorion imprecò ma la sua imprecazione esprimeva l'assenso di chi non ha altra scelta. La ragazza l'aveva avuta vinta.

Ella attendeva. Sentiva che stava arrivando. L'ultimo cavaliere che avrebbe placato la sete del suo Dio, il Signore dell'apatia e dell'indifferenza, Azeroth, il Signore del Nulla. Il Mondo era già corrotto ma presto Azeroth, più implacabile della peste, avrebbe risucchiato anche gli animi più indomiti e intraprendenti nutrendosi della loro vitalità e diventando ogni giorno più forte, potente, indistruttibile. L'umanità non avrebbe più avuto scampo, avrebbe conosciuto solo il declino, la distruzione e la morte.

Ma Azeroth non era fatto di carne e di materia: aveva bisogno di un corpo per potersi manifestare all'umanità intera, e per forgiargli un corpo era necessario che qualcuno eseguisse riti sacrificali in suo onore. Le vittime richieste non potevano essere animali o uomini qualunque. Le vittime richieste dovevano essere solo eroi e davvero erano pochi gli uomini giusti ,coraggiosi e leali, presenti nel mondo; ma la sua sacerdotessa non si preoccupava di contarli, le bastava conoscere il numero necessario da offrire al suo Dio. Tredici. Tredici teste di guerrieri dal cuore puro per nutrire il suo Dio. Tredici spade appartenute a questi guerrieri per forgiare il corpo materiale in cui si sarebbe incarnato Azeroth, il Signore del Nulla.

Thorion l'ignorava con molta cortesia. Ogni tanto voltava il capo nella sua direzione per controllare che non fosse in difficoltà ma non le rivolgeva mai la parola. Jhara lo seguiva silenziosa a cavallo di Bebel senza trovare il coraggio di provare ad instaurare una conversazione. "Sei stanca?" Le chiese finalmente dopo ore che procedevano lentamente sotto i raggi inesorabili del sole. "No" Rispose timidamente lei che non voleva in alcun modo essergli di peso, ma in realtà il sedere le doleva come se un esercito di folletti dispettosi stesse giocando a palla all'interno delle sue natiche. Non era abituata a sostenere lunghe cavalcate ma era usa alla fatica e a situazioni poco confortevoli e troppo orgogliosa per mostrare cenni di cedimento.

"Fra poco faremo una sosta" I cammelli devono riposarsi

Jhara in cuor suo ringraziò i cammelli d’ essere creature terrestri dalle prestazioni limitate. Thorion invece sembrava essere animato da un'energia inesauribile.

Finalmente si fermarono per concedersi una sosta in un lembo di sabbia infinita. Mangiarono alcuni datteri, un tozzo di pane e assaporarono quei meravigliosi frutti arancioni che sotto le spine minacciose racchiudono il sapore del sole e dissetano come elisir divini. "Voi sapete dove state andando?" Chiese Jhara che aveva ritrovato forza e coraggio .

"Ho una mappa che indica come arrivare al Palazzo della strega. E' lì che era diretto Esteron"

"Non esistono mappe affidabili del deserto."

"Questa lo è. Ed ho anche il mio buon senso"

"Se aveste buon senso non vi trovereste qui, adesso"

"Senti ragazza. Ho una missione da compiere. Non sono qui per gioco." Rispose Thorion irritato "E tu sei proprio l'ultima persona che può permettersi di farmi la predica. Tu sei quella che non dovrebbe trovarsi qui, sciocca ragazzina."

"Non sono una ragazzina. Ho quasi quindici anni"

"Non ho tempo da perdere in stupide discussioni"

"Io voglio solo esservi d'aiuto"

"Se vuoi aiutarmi stai zitta" Rispose lui con il tono secco e autoritario di chi non ammette repliche.

Jhara rimase in silenzio per il resto della giornata, un po' offesa e un po' avvilita, ripromettendo a se stessa che avrebbe riaperto bocca solo quando Thorion le avesse rivolto la parola. Proprio non riusciva a digerire che lui non la considerasse nient’ altro che una rompiscatole. Ma il momento non arrivava mai. Le uniche due presenze umane visibili in un immenso spazio di cui non si scorgevano i confini sembravano più mute della sabbia. Si erano rimessi in cammino da ore dopo la lunga sosta ma il sole stava per tramontare e presto si sarebbero fermati di nuovo.

"Ti sei portata qualcosa per coprirti? La notte è molto fredda"

"Ho una coperta" rispose Jhara indicando un ispido groviglio di lana grezza legato a salsicciotto sopra la sua bisaccia.

"Hai solo quella?" Le chiese lui irritato

"Sì…" Rispose lei quasi sibilando

"Non basta. La notte è troppo fredda, dovevi portarti una pelle di pecora come la mia" la rimproverò indicando la pelle posata sul suo bagaglio.

"Sopravviverò" rispose lei con un sospiro rassegnato

"Ti darò la mia" Grugnì lui

"Oh, non dovete…"

"E' grande abbastanza da coprirci entrambi" si affrettò ad aggiungere lui.

Nonostante gli effetti del sole rintronante, di una lunga giornata, lo stomaco non nutrito a sufficienza, la stanchezza ed il fondo schiena a pezzi a Jhara era tornato il buon umore.

Thorion aveva caricato sul suo cammello alcuni ceppi di legna che servirono ad attizzare un caldo fuoco su cui fecero rosolare carne di serpente. Jhara tirò via un po' di brace e ne fece un cumulo per seppellirvi alcuni tuberi dal gusto dolciastro che avrebbero gustato per colazione il mattino seguente. Egli continuava a non rivolgerle la parola se non per brevi momenti e solo per faccende pratiche. Dopo cena lui prese la coperta di Jhara e la distese per terra vicino al fuoco: "Sarà il nostro materasso le disse" Poi si distese coprendosi con la sua pelle di pecora. Jhara era ancora seduta dalla parte opposta del fuoco e lo guardava imbambolata. " Che aspetti. Non vieni? Non vorrai mica restare lì tutta la notte. Il fuoco è quasi spento. Prenderai freddo" Al suo invito lei lo raggiunse e si distese timidamente al suo fianco . Ma dopo alcuni istanti lui stava già dormendo di quel sonno profondo e vigile dei guerrieri. Lei invece faticava a dormire, l'emozione, l'eccitazione, l'ambiente inusuale, la tenevano desta. Si avvicinò a lui per cercare calore ma non osava abbracciarlo. Con sua sorpresa fu lui che nel dormiveglia la strinse a sé, ma non accadde altro. Restarono appiccicati tutta la notte per scaldarsi a vicenda come i cuccioli e finalmente, sazia e rasserenata da quel contatto, lei riuscì ad addormentarsi.

Scintille dal colore del magma spiccavano nel nero della notte danzando verso il cielo, come a cercare di raggiungere le stelle per fondersi con loro. Poteva chiaramente distinguere un fuoco dalle finestre a oriente del suo palazzo. Era vicino. Era molto vicino. Ella attendeva, ma presto, la sua attesa sarebbe finita.

"Domani sarà qui e tutto sarà compiuto". Fu l'unico pensiero che riuscì a formulare nella sua mente, ed era raro che ella formulasse dei pensieri.

Prima che la luna cedesse il posto al sole rovente Jhara e Thorion erano pronti per mettersi in cammino. La temperatura era ancora bassa. Thorion suggerì di avviarsi a piedi per sgranchire e scaldare il loro corpo evitando al tempo stesso di stancare i cammelli. Sembrava molto più dolce e ben disposto nei confronti di Jhara. Non che fosse accaduto niente di sconveniente tra loro due la notte precedente oltre ad un naturale contatto animale dettato dal mutuo soccorso, o almeno, questo aveva significato per lui la notte trascorsa abbracciati l'uno all'altra per scaldarsi a vicenda, ma in qualche modo questo contatto aveva cambiato la visione che Thorion aveva di Jhara: non più un'intrusa ma un essere umano suo simile e in un certo senso, perché no, una compagna d'avventura. La ragazza non si era mai lamentata, non gli era stata in alcun modo di peso ed anche se non voleva ammetterlo apertamente, provava una sorpresa ammirazione per lei. Le donne era abituato a frequentarle a corte e le considerava per lo più frivole e capricciose sebbene deliziosamente seducenti. Aveva spesso condiviso imprese gloriose con i suoi compagni d'arme, moltissime con il suo amico più caro, Esteron, colui di cui stava andando alla ricerca, ma mai con una donna.

"Ancora mi chiedo perché hai deciso seguirmi" Questa volta il tono che aveva usato per rivolgersi a lei era amichevole, il tono di un uomo finalmente disposto al dialogo.

"Perché ti amo" Fu tentata di gridargli Jhara, ma si trattenne. Aveva paura di sembrare una povera stupida ai suoi occhi. "Mio padre teme che se vi succede qualcosa, il Re se la prenderà con lui per avervi venduto il cammello. Era talmente preoccupato che ho pensato di seguirvi per convincervi a tornare indietro, o perlomeno, di aiutarvi in qualche modo."

"E tuo padre lo sa?"

"No" Ammise Jhara

"Così adesso sarà doppiamente preoccupato" Ma il tono di Thorion non era irato mentre le diceva questo, il suo non era un rimprovero, solo una considerazione. Egli era un guerriero e conosceva quanto inutile fosse sprecare fiato in prediche. Quel che era stato era stato. Oramai non potevano più tornare indietro. Dovevano solo cercare di sopravvivere.

"Cosa fai nella vita ragazza quando non insegui cavalieri erranti?"

"Aiuto mio padre a gestire la fattoria e fabbrico collane e oggetti ornamentali che vendo alle fiere ed i mercati "

Thorion non replicò. Probabilmente non la trovava un'occupazione molto interessante, così fu Jhara a continuare la conversazione.

"Siete molto amici voi ed Esteron?"

" Era…E' " si corresse Thorion "come un fratello per me. Anzi, più di un fratello. Lo amo più dei miei fratelli di sangue."

"Come vi siete conosciuti?"

"Abbiamo studiato alla stessa accademia d'arme e condiviso insieme tante di quelle avventure che a un cantastorie non basterebbe un anno per raccontarle"

"Voi pensate che sia ancora vivo?"

Thorion restò in silenzio. Un silenzio che sembrò lunghissimo eppure fu molto breve. Un silenzio più esplicativo di una lunga orazione. Un silenzio che sapeva di perdita, di morte, di condoglianza. "No. Purtroppo temo che non sia più fra noi" La sua voce ripeté ciò che già era vibrato nell'aria. "Ho ragionato tanto cercando di convincermi che mentre io mi preoccupavo per lui probabilmente si trovava in una gaia locanda a godere tra le gambe di qualche prostituta" aggiunse sospirando "Ma la verità è che ho temuto per la sua vita dal primo momento che l'ho perso di vista, e non sapevo ancora che era partito alla ricerca della Strega Bianca. E' come una sensazione…"

Il sole aveva ripreso ad imperare e i viaggiatori erano montati sui loro cammelli. Procedevano adagio, a passo d'uomo in mezzo a distese infinite dalla tinta cinabro finché qualcosa di diverso apparve al loro orizzonte: una costruzione dal colore del gesso spiccava tra la sabbia rossiccia. Sembrava attenderli, come se fosse stata edificata apposta per loro.

"Allora è vero. La mappa non mentiva. Quello deve essere il palazzo della Strega Bianca" Esclamò Thorion.

Jhara ebbe la sensazione che il cuore le fosse salito fino alla gola, per poi rituffarsi tra le costole riprendendo a battere lentamente, timoroso che la strega potesse udirlo. Quel palazzo per lei significava morte.

"Non andare" Lo pregò

"Devo" Le spiegò lui e lei sapeva che non poteva impedirglielo.

"Allora andiamo" rispose esortandolo, ma con la disperata rassegnazione di chi non ha altra scelta

"No tu resti qui"

"Perché?!" protestò lei quasi urlando "voglio venire con te"

"Non voglio farti correre dei rischi"

"Non ho paura…non è vero" ammise subito dopo "Un po' ne ho, ma ne ho di più a starti lontana"

"Senti Jhara. Non permetterò che ti succeda del male. Sono uno dei guerrieri meglio addestrati del mio regno. Se non dovessi scamparla sicuramente non la scamperesti neanche tu. Sei una ragazza coraggiosa ma non conosci l'arte del combattimento. Non mi saresti di nessun aiuto e metteresti stupidamente a repentaglio la tua vita. Anzi, la tua presenza rischierà di intralciarmi: per correre in tuo aiuto potrei andare incontro a pericoli maggiori di quelli che mi aspettano."

Jhara aveva le lacrime agli occhi "Ma io non voglio vivere senza di te!" In quel momento di angoscia e di timore era riuscita ad esternare i suoi sentimenti. Ora non si preoccupava più che lui potesse considerarla una piccola stupida. Egli non rimase sorpreso. Ancor prima che la ragazza si dichiarasse aveva intuito che si era infatuata di lui. Gli succedeva spesso, suo malgrado, di mietere cuori. La ragazza era sufficientemente graziosa, sebbene non si potesse definire una bellezza, ed i suoi profondi occhi scuri bagnati di lacrime riuscirono a fare breccia nel suo cuore. Ma non era amore sensuale, passionale quello che penetrò dentro di lui. Non scoccò la scintilla dell'innamoramento. Semplicemente il suo animo fu invaso da una sensazione di struggente dolcezza nei confronti di questa ragazzina che si era insinuata nella sua vita spinta da quell'amore ingenuo che non conosce ostacoli, né come e né perché, da quell'amore giovane che solo i cuori giovani possono provare. In quel momento desiderava abbracciarla, rassicurarla, proteggerla come un fratello farebbe con la sorella minore o un padre con la figlia. Ma si trattenne per evitare che il suo gesto potesse venire frainteso. "Coraggio piccola, farò di tutto per cavarmela…" Cercò di rassicurarla "…ma se non dovessi tornare…" Le porse la sua bisaccia "qui dentro c'è la mia bussola, la mappa, acqua e viveri a sufficienza…sai usare la bussola?"

"Sì" Mentì lei "Ho imparato da mio fratello" Se lui non fosse più tornato poco le importava di perdersi nel deserto.

"Ti lascio anche la mia pelle di pecora…promettimi che non mi seguirai…"

"Lo prometto" Esclamò con un tono marcatamente rassicurante come se cercasse di convincere principalmente se stessa.

Prima di partire Thorion istruì Jhara sulla strada del ritorno. L'abbracciò di un abbraccio fraterno scoccandole un bacio sulla fronte. Poi rimontò sul suo cammello e lo spronò a muoversi con l'andatura più veloce possibile.

La sabbia sollevata dagli zoccoli dell'animale formava una nube che rendeva fatata, quasi irreale, la figura che avvolgeva. Egli avanzava a cavalcioni di un cammello verso di lei. L'uomo si era liberato delle sue vesti per permettere allo splendido corpo tinto dal sole di muoversi agile e sciolto. Un portento della natura dai muscoli saldi e guizzanti che avanzava fiero come un cavallo di razza. I lunghi capelli dorati sparsi al vento sembravano una criniera luccicante che emetteva scintille minacciose. Pronto per il combattimento. Determinato a uccidere. Un perizoma bianco per sostenere la sua virilità, un paio di alti stivali in pelle nera, una pesante spada dalla lama più risplendente degli specchi di una regina, era tutto quanto portava con sé insieme alla sua rabbia. Stava cercandola. E l'avrebbe trovata. E sarebbe stato suo, come tutti gli altri. Il tredicesimo cavaliere con la sua testa e la sua spada.

Non trovò porte sbarrate davanti a sé. Un ampio arco gli permise di lasciare alle sue spalle le sterminate distese del deserto per entrare, insieme al suo cammello, nella distesa di quello strano palazzo. Tutto era traslucido ed incolore intorno a lui, non vi era mobilia né oggetto alcuno all'interno dell'edificio, ma solo vuoto circondato da muri, colonne e soffitti.

Thorion scese dal cammello, lo legò ad una colonna dell'atrio, quindi avanzò con passo felpato verso una grande scalinata. Qualcosa d’ informe era riverso sopra gli scalini. L'aria era pervasa da un puzzo insopportabile. Gli bastò avvicinarsi pochi metri per realizzare che quell'ammasso di carne in putrefazione apparteneva ad Esterion, suo fratello elettivo. Ma egli era un guerriero, non poteva permettersi urla, pianti disperati, nessuna mossa che gli facesse perdere il controllo. Il nemico era in agguato e lui doveva essere pronto. Si sarebbe preoccupato in seguito di dare, a colui che era stato il suo amico più amato, una sepoltura decorosa e forse, si sarebbe concesso anche lacrime e singhiozzi. Ma non adesso. Le lacrime non avrebbero riportato in vita Esteron e il suo dovere di cavaliere in quel momento era di preservare la sua vita per vendicare quella dell' amico. Distolse lo sguardo, che si era fermato per un istante sui resti mortali di colui che era stato un guerriero tra i più valorosi, per riprendere l'intera visuale di quanto lo circondava. Era trascorso un solo istante, eppure, in quel tempo così breve, un'altra figura che non aveva notato in precedenza, che non poteva essere stata lì l'istante precedente, era apparsa sulle scale, alcuni gradini più in alto di lui. L'istinto di Thorion fu di scagliare la spada nel petto di quella creatura ma si trattenne. Ella era disarmata, una piccola donna apparentemente indifesa e dall'aspetto indefinibile.

"Chi sei?" Le chiese.

Ella rimase immobile e muta

"Guarda che se non rispondi resterai zitta per sempre. Dammi un motivo per cui non debba ucciderti."

La donna allargò le braccia come a dire "che posso fare? Non ho alcuna speranza. Non posso dire niente" ma dalla sua bocca non uscì una sola parola.

Appariva così patetica. Bianca. Completamente bianca dalla testa ai piedi. Eppure non vecchia. E neanche giovane. Indefinibile. Sembrava innocua. Una povera vittima indifesa e Thorion, in quella circostanza rivestiva il ruolo del carnefice. "Forse è una schiava cui è stata mozzata la lingua" Pensò fra sé. Non poteva ucciderla senza essere prima sicuro che non si fosse macchiata di qualche colpa. Era talmente magra e minuta, troppo fragile per avere la forza di mozzare la testa a un guerriero forte e vigoroso come Esteron. E se fosse stata lei la strega, se l'avesse ucciso utilizzando qualche sortilegio? Il codice cavalleresco gl'impediva di uccidere esseri indifesi, tanto più una donna. Non trovò il coraggio di trafiggerla con la spada. Ma aveva ancora abbastanza senno per dubitare di lei. Era bianca. Completamente bianca come la strega delle leggende. "Sei tu la strega bianca?" Riuscì a chiedere con tono minaccioso e autoritario. Ma uno strano torpore stava già impossessandosi di lui. Sentiva la sua mente risucchiata da qualcosa di indefinibile che gli toglieva ogni vigore, entusiasmo, forza di agire. Gli sembrava tutto così assurdo, trovarsi lì a reggere la sua spada pesante per minacciare una donnetta disarmata, quando sarebbe stato magnifico potere abbandonare il corpo e la mente a quel piacevole torpore e non fare più niente, dormire, arrendersi al nulla…voleva solo dormire. Tuttavia si rese conto che qualcosa che non riusciva a controllare stava impadronendosi di lui e si sforzò di reagire. Ma ancora la sua educazione, i buoni principi che gli erano stati inculcati gli impedivano di inveire su una donna indifesa. Era incerto se fosse veramente lei a provocare tutto questo, o se qualche altra presenza oscura ne fosse la causa. "Te lo chiedo per l'ultima volta. Se sei muta o non puoi parlare rispondi a quello che ti chiedo con un cenno del capo per indicarmi sì o no"

Ella rifece lo stesso gesto di prima, aprì le braccia in segno d’impotenza.

Forse non capiva, non parlava la sua lingua od era una povera demente.

Come poteva ucciderla senza essere sicuro se quella fosse la cosa giusta da fare?

Ancora quel torpore. Gli sembrava tutto così inutile, battersi per qualsiasi causa, essere preda dei desideri, dei vincoli dell'amicizia, del codice d'onore. Tutto ciò che desiderava era non fare più niente. Eppure reggeva ancora la sua spada, minaccioso, si sforzava di reagire e riuscì ancora a mettere in guardia la donna: "Se non mi fai capire chi sei, qualunque linguaggio tu parli, dovrò ucciderti"

Ella lo guardò negli occhi, con quel suo sguardo vacuo che portava al sonno e all'apatia e finalmente parlò: "Dalla a me". La voce era strana, ovattata, impersonale come tutto il suo essere e tuttavia a suo modo dolce, rassicurante, invitante.

Sì, quella era la cosa giusta da fare. Era così ridicolo con quella spada in mano in quel palazzo dove non c'erano percoli. Solo una piccola donna che non poteva fargli niente. Perché lei era niente. Ed anche se vi fossero stati pericoli a lui non importava più . Voleva solo dormire.

"Dalla a me" lo invitò ancora la strega.

Lui fece il gesto di porgerle la spada.

"No dalla a me!" Un'altra creatura si era intromessa tra lui e la donna bianca "Dalla a me" urlò una seconda volta mentre lo raggiungeva, mettendosi in mezzo tra lui e la strega. E la sua voce era viva. Pratica. Reale. La voce di qualcuno che sapeva di avere un suo spazio nel mondo. E quella voce se non riuscì proprio a svegliarlo, riuscì a impedirgli di cadere totalmente preda di quell'incantesimo che stava risucchiando la sua volontà. Jhara gli tolse la spada di mano e agì, senza chiedere alla sua coscienza se stava comportandosi bene o male. Lei non aveva tempo per queste disquisizioni. Thorion era stato educato secondo i princìpi dell'onore e della lealtà, ma a lui non era mai toccato preoccuparsi se avrebbe guadagnato a sufficienza per procurarsi il cibo della sopravvivenza. Non aveva mai dovuto temere di trascorrere inverni senza il necessario per riscaldarsi. Se si era spesso trovato in situazioni estreme ed aveva rischiato la vita, lo aveva fatto per sua libera scelta. Conosceva l'arte del combattimento, ma non conosceva il prezzo del pane. Conosceva il codice d'onore della cavalleria, ma non si preoccupava di conoscere il prezzo degli indumenti che riempivano il suo armadio. Per Jhara invece, un raccolto andato a male, una giornata mancata a vendere al mercato, significavano rischiare freddo e fame. Lei non agiva per mettersi alla prova, per seguire dei principi, degli ideali. Lei agiva per la sua sopravvivenza ed il suo modo di affrontare la vita l'aveva dotata di un intuito istintivo. Quella donna rappresentava un pericolo ed ogni pericolo che rischiava di compromettere la sua esistenza andava eliminato. Quello era l’unico codice d’onore che conosceva. Ma non era tutto. Il suo amore per Thorion l’aveva dotata di nuova energia. Aveva compromesso il suo lavoro e la stima del padre per lui, e facendo questo aveva messo in gioco la sua vita fisica, ma di questo ben poco le importava oramai, da quando aveva deciso di seguirlo. Aveva messo in gioco la sua tranquilla esistenza per inseguire un sogno d'amore, non era disposta a rischiare che la strega potesse distruggerlo. Agì. La sua forza fu sorprendente per una ragazza della sua fisionomia. Sicuramente in altre circostanze non ci sarebbe riuscita, ma quel giorno una nuova forza era penetrata in lei. Sollevò la pesante spada. Con mano ferma e determinata la lasciò librare nell'aria, finché la sua lama incontrò il bianco collo di quella donna che portava la morte nelle sembianze del "niente". La testa rotolò giù per le scale finché cozzò in un ostacolo che ne arrestò la discesa: il corpo in putrefazione cui tre giorni prima la strega aveva tolto la vita. Le ciocche dei suoi bianchi capelli si tinsero del rosso del suo sangue ma i suoi occhi restarono vacui, bianchi e vuoti come la morte. Sembravano non rendersi conto di quanto le era accaduto.

Thorion si era destato dall'oscuro torpore che si era impossessato di lui.

"Ti devo la vita. Non lo dimenticherò mai"

"Non mi dovete nulla nobile cavaliere. Se voi non mi aveste condotto nel deserto non avrei mai potuto esservi d’ aiuto."

"Non ce l'avrei fatta senza di te, Jhara"

"Mettiamola così allora: l'abbiamo sconfitta insieme"

"Sì l'abbiamo sconfitta insieme… Però non hai mantenuto la tua promessa." Aggiunse con tono di finto rimprovero

"Incrociavo le dita quando l'ho pronunciata e poi… io non sono un uomo d'onore…"

Thorion la guardò con sincera ammirazione e tenerezza. "Sicuramente non sei un uomo" Le disse

Lei arrossì, abbassò per alcuni istanti lo sguardo, intimidita, poi rialzò gli occhi verso di lui e trovò il coraggio di sussurrargli: "Io vi amo"

"Oh piccola mia, ti voglio un gran bene, ma non nel modo che cerchi tu. Io sono promesso ad un'altra" Cercò di spiegarle per consolarla

"Non posso obbligarvi ad amarmi" Rispose Jahara. Il suo tono aveva una punta di tristezza eppure era al contempo ragionevole e sereno "Voi l'amate la vostra promessa sposa?"

"Sì, l'amo"

"Non siete legato a lei solo per volere delle vostre famiglie?"

"Credimi piccola, se fossi innamorato di te o di qualsiasi altra donna, a rischio di perdere titolo e corona, romperei il mio fidanzamento con Estrel . Non potrei sposarla solo per convenienza. Ma non è così. "

"Capisco" sussurrò Jhara sforzandosi di non piangere. Eppure, nonostante il dolore che provava dentro, qualcosa era mutato in lei, la prova che aveva dovuto affrontare aveva cambiato in qualche modo la visuale della sua vita. Non era più la stessa ragazza. Una nuova Jhara stava nascendo.

L'Imperatore Naasar donò a Jhara nuove terre ed una cospicua rendita come ringraziamento per avere salvato la vita di suo figlio. Jhara non aveva smesso di lavorare. Non era abituata a restare in ozio, e sebbene ora godesse di maggiori ricchezze, doveva pensare anche al benessere della sua famiglia. Continuava a vendere oggetti al mercato, di tutte le sue attività quella era sempre stata la sua preferita, ma adesso poteva permettersi ritmi di lavoro meno intensi che le lasciavano tempo da dedicare a nuovi interessi.

C'era stata una grande festa al paese per festeggiare il ritorno di Thorion. Jhara aveva potuto ammirare Estrel al suo fianco. Era bellissima, una principessa che aveva ricevuto la migliore delle educazioni, elegante, seducente. In confronto a questa donna, che possedeva abiti talmente preziosi da sfamare numerose famiglie per un anno intero, lei si era sentita una piccola creatura insignificante. Come poteva competere? Non era solo una questione di ricchezza. Anche se avesse potuto permettersi i suoi stessi abiti, indosso a lei avrebbero sfigurato. Il suo seno non era sufficientemente tornito, il suo modo di muoversi era goffo ed ella non conosceva l'arte del trucco, non sapeva come abbellirsi per rendersi più seducente, come sostenere una brillante conversazione. Provava un tale impaccio in pubblico! Eppure si sentiva ancora perdutamente innamorata di Thorion. Non poteva obbligarlo ad amarla ma avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per conquistarlo.

Loona, una celebre ballerina che aveva danzato nelle corti più prestigiose, si era esibita in onore del principe quella notte e a Jhara non era sfuggito lo sguardo ammirato di Thorion mentre la osservava, nonostante fosse in compagnia della sua splendida promessa sposa. Eppure Loona, vista da vicino, era una bellezza ordinaria che non poteva minimamente competere con la bellezza perfetta di Estrel. Ma quando danzava si trasformava in una dea. Jhara era sempre stata affascinata dalla danza ma non aveva mai posseduto né il tempo né il denaro per prendere lezioni. Ora però sarebbe stato diverso. Avrebbe preso lezioni di danza come aveva sempre desiderato. Avrebbe appreso l'arte d’essere più bella e seducente, si sarebbe persino sforzata di imparare a leggere e a scrivere pur di conquistarlo. Non sarebbe più rimasta immobile, sottomessa al suo destino. Forse, non sarebbe riuscita lo stesso a rapire il cuore del giovane principe, forse avrebbe incontrato un altro uomo che le avrebbe fatto dimenticare Thorion. Forse… Ma certamente lei non sarebbe stata più ferma ad aspettare, acquiescente a quanto le stelle sembravano avere stabilito per lei… Adesso avvertiva il bisogno di agire, di tentare…


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